Come ogni anno, mimose e altri fiori spuntano da ogni angolo per festeggiare la donna, la mamma, la moglie , la sorella o la figlia…

Donne che ormai primeggiano in tutti i campi, donne emancipate, il frutto di un passato in cui le donne erano “solo” donne, subalterne al genere maschile, in una condizione che ancora oggi non è del tutto superata.

A questo proposito, ricordo che qualche anno fa, quando ancora non ero così avida di conoscenza sull’arte pittorica mi sono imbattuta nelle opere della pittrice Artemisia Gentileschi.

IN UN’EPOCA DIFFICILE, LEI E’ CONSIDERATA UN’ICONA FEMMINISTA

Già il fatto che fosse una pittrice donna della scuola caravaggesca, nata nel 1593, era di per sé qualcosa che mi sorprendeva.

Artemisia fu la prima pittrice donna riconosciuta e degna di essere inserita nella Storia dell’Arte .

Il suo quadro che mi ha più colpita, forse anche il più famoso è sicuramente “Giuditta che decapita Oloferne”.

Giuditta con la testa di Oloferne – Galleria degli Uffizi

Solo in seguito ho riscoperto la storia struggente di questa pittrice e il significato di questa sua opera .

LA STORIA DI UNA DONNA CORAGGIOSA E UNA RARITA’ NEL PANORAMA ARTISTICO DEL 1600

La storia di Artemisia è piena di coraggio che si confonde col suo aspetto dolce e così apparentemente docile.

Artemisia è figlia di Orazio Gentileschi , noto pittore anch’egli della scuola del Caravaggio.

Rimane orfana a soli 12 anni e da quel momento si deve prendere cura dei suoi 5 fratelli.

Silenziosa e paziente come nessun adulto potrebbe fare, seguiva ogni movimento del padre mentre si dedicava al suo lavoro di pittore.

Faceva tutto ciò con grande divertimento, anche le operazioni più ordinarie, diventando così abile a macinare i pigmenti colorati e a prepararli sul vetro prima dell’utilizzo da parte del padre.

Divenne abile nella purificazione degli olii e nel reperire pelo per i pennelli, lo faceva catturando scoiattoli , sfamandoli e trattandoli con cosi tanta gentilezza che nemmeno si accorgevano che lei rubava loro qualche mazzetto di pelo dalla coda per ottenere splendidi pennelli.

Stiamo parlando del 1600…

Fu cosi che il padre Orazio cominciò a introdurre la figlia allo studio del disegno, pur sapendo che per lei, una donna, sarebbe stato un mestiere ancora più difficile.

In quanto donna avrebbe dovuto prendersi cura dei suoi fratelli e in seguito di un marito e della sua prole…..ma quando si dice passione….

Ripeto, era l’anno 1610. A quel tempo non le era permesso di essere presente alle sedute di disegno in cui vi erano modelle spogliate e allora che fece? Cominciò a studiare il suo stesso corpo, fece lei stessa da modella.

Nel quadro “Susanna e i vecchioni” le gambe sono le sue e suoi sono anche i piedi arrossati dal freddo marmo, ed erano così nella realtà.

Ma Artemisia aveva bisogno di un maestro che potesse guidarla nel suo percorso di pittrice.

Fu proprio suo padre che la presentò così ad Agostino Tassi, un uomo dai trascorsi piuttosto disonorevoli.

Nonostante fosse al corrente di che tipo di persona si trattasse, conosceva la sua fama di uomo senza vergogna, sapeva dei suoi intrighi passionali e disonorevoli per i quali aveva già subito dei processi.

E, nonostante tutto, decise che, essendo un ottimo pittore, fosse adatto a fare da maestro a sua figlia.

Chiese anche alla governante Tuzia di seguire gli incontri col maestro.

Forse Orazio non se ne rese conto, ma fece un grave errore, praticamente offrì la figlia al Tassi, su un vassoio d’argento.

La governante Tuzia non si preoccupò mai di ciò che stava succedendo, anzi, aiutò il Tassi nel suo intento, lasciandolo appositamente da solo con la ragazza. Gli permise così di approfittarsi di lei e il tutto si trasformò in uno stupro.

LA VIOLENZA SESSUALE NON ERA CONSIDERATA REATO CONTRO LA DONNA, MA SOLO CONTRO L’ONORE DELLA FAMIGLIA

Uno stupro a quell’epoca significava prima di tutto la perdita dell’onore della fanciulla, meno importava l’aspetto psicologico di chi lo subiva.

Per questo il Tassi si dichiarò pronto a un matrimonio riparatore, (tra l’altro mai avvenuto) proprio per salvarne l’onore. Ma non c’era alcun onore in un uomo che era già sposato e già stato giustiziato per incesto con la cognata.

Come e cosa avrebbe potuto quindi riparare?

UNA CONDANNA PITTORICA NEI CONFRONTI DEGLI ABUSI SULLE DONNE

Perciò, un anno dopo, era il 1612, Artemisia comparve fiera di se stessa al cospetto dei giudici in Tribunale.

La testa alta anche quando dovette subire la misurazione del velo della sua verginità (non chiedetemi in cosa consistesse, di certo niente di piacevole) e dovette subire la “Tortura della Sibilla”, l’intento era quello di diffamare la vittima in quanto era ritenuta consenziente dall’opinione pubblica.

Ma Artemisia ebbe il coraggio di raccontare i dettagli della violenza subita, la sua voce non tremava, stava dritta in piedi, gli occhi puntati ai giudici e senza interrompersi mai.

Nel tempo in cui durò il processo, cominciò a dipingere la sua Giuditta.

Il Tassi fu cacciato da Roma (e notare, niente di più), fu dichiarato dal giudice, durante la sentenza, un farabutto bugiardo.

Finito il processo, Artemisia completò il quadro con Giuditta del quale mancava ancora la testa di Oloferne.

Diede cosi il volto del Tassi ad Oloferne e lei si ritrasse in quello di Giuditta che lo decapita. Rappresentò la sua vendetta personale.

Questa è la storia di un quadro e di una donna coraggiosa, che messa di fronte a un tribunale di uomini, si è messa in piazza per condannare il colpevole e per dare coraggio alle donne che condividevano lo stesso abuso.

1 Comment

  1. Michela

    Bellissimo articolo. Guardando un quadro si può apprezzare la tecnica, il disegno.. ma scoprire la storia che racconta lo fa apprezzare ancora di più!!

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